Probabilmente è colpa mia, ma non ho capito bene L’eleganza del riccio, la celebre sorpresa editoriale del 2007 che continua a far parlare di sé: mi sfugge il perché di tanto successo. Cinquanta ristampe, primi posti in classifica, un romanzo osannato da pubblico e critica!…
O odiato.
Ecco, io non arrivo a tanto, ma non mi è entrato nel cuore.
La prima parte del libro, in special modo, mi è restata tutta nella testa, e non è un buon segno. A un certo punto ho pensato che avrei fatto fatica a finirlo, addirittura di abbandonarlo, lo confesso, e non mi succede spesso. In principio, la trama, di per sé, non l’ho trovata avvincente quanto piuttosto ripetitiva, e le protagoniste non hanno attirato le mie simpatie. Al contrario, le ho trovate un po’ snob e presuntuose, e anche questo non è un bene, perché il romanzo è apertamente schierato dalla loro parte. I personaggi principali sono: Renée, portinaia solo in apparenza pigra e sciatta, che finge di occuparsi unicamente di gatti e TV spazzatura, ma in realtà ha una cultura sorprendente (e non uso il termine a caso!) che coltiva di nascosto; si interessa – e se ne intende – di tutto!, e Paloma Josse “piccolo e minuzioso giudice dell’umanità”, come la definisce l’autrice Muriel Barbery, è una ragazzina almeno apparentemente antipatica che passa le giornate criticando tutti: padre, sorella Colombe, fidanzato della sorella con relativa famiglia colta (ma, naturalmente, non quanto lei…), e soprattutto sua madre, mettendo più volte con disprezzo l’accento sul fatto che è depressa e in cura con psicoterapia e psicofarmaci. Vero è che Paloma decide di togliersi la vita coi sonniferi della madre (sonniferi che tanto stigmatizza), il giorno del suo tredicesimo compleanno, ma il progetto suicida è programmato perché in qualche modo lei sembra sentirsi “più su”, superiore rispetto a questo mondo. Tanto che si ripromette, contestualmente, di dar fuoco all’appartamento dove abita per punire la sua famiglia e farle capire quali sono i veri problemi. Ho trovato tutto un po’ eccessivo, ecco!
D’accordo, adesso sto facendo decisamente l’avvocato del diavolo, sto esagerando, lo so. Ci tenevo, però, a portare un punto di vista diverso, anzi opposto, rispetto alla scrittrice – docente di filosofia che ama intrecciare il racconto con citazioni dotte -, per mostrare come nel sottofondo io abbia recepito il racconto. E come me, molte altre persone. Il punto focale della questione mi pare essere anche questo: quando un libro diventa best-seller, per mille motivi finisce per creare spunti diversi e diverse fazioni, proprio perché così pubblicizzato e discusso.
Comunque sia, L’eleganza del riccio è ambientato al civico 7 di Rue de Grenelle che corrisponde a un lussuoso palazzo situato in un’elegante strada del centro parigino, ed è abitato esclusivamente da esponenti dell’alta borghesia. Tra di loro, c’è anche la famiglia Josse. Renée, restata vedova, è l’invisibile portinaia della sontuosa residenza.
Naturalmente, il libro è scritto benissimo, e tra l’altro chi sono io per giudicare un romanzo tanto amato?! Però non posso fingere: a me è sembrato che il libro – che fino a un certo punto mi ricorda abbastanza un trattato di filosofia – per la lentezza certamente voluta e la terminologia erudita – strizzi l’occhio soprattutto a un élite colta, e questa sensazione non mi è piaciuta. Come non ho capito, in ultima istanza, perché, ai giorni nostri, la coraggiosa e originale Reneè debba tenere nascosta la sua passione per i libri, la musica, il cinema, la cultura giapponese e quella generale. Forse, il vederla leggere Anna Karenina avrebbe suscitato una certa meraviglia negli inquilini più ottusi, magari anche sbigottimento, ma alla fine, sarebbe stato così grave?! E Paloma non avrebbe potuto decidere di smettere di lamentarsi e iniziare a lottare concretamente per ciò in cui crede o forse, per meglio dire, sembra credere? Cosa le vieta di agire invece di restare nascosta ed ergersi a “giudice” dell’umanità decadente?… Mi sbaglio? Probabile, ma ho voluto comunque riportare la mia verità, il mio sentire.
Quello che invece mi viene da dire con sicurezza, è che alle protagoniste appartenga una certa superiorità intellettuale e la tendenza a isolarsi rispetto alla superficialità della “società ipocrita”, che non le aiuta ad avvicinarsi e ad attirare le simpatie dei lettori, non di tutti, almeno!
Quando però entra in scena il ricco e colto nuovo vicino di casa giapponese, il meraviglioso Kakuro Ozu, sia Renée che Paloma iniziano a cambiare, lasciando cadere in parte le barriere che le proteggevano e nascondevano, e mostrando a sorpresa un lato più umano e vulnerabile, delle piccole e delicate debolezze che arrivano a riscaldare i lettori, proprio perché in precedenza avevamo percepito le due protagoniste così fredde. L’evoluzione della trama e dei personaggi è una svolta fondamentale per la concezione del senso della vita da parte dei personaggi principali e per molti altri aspetti che però preferisco tacere: non mi voglio spingere più in là sennò rischio di svelare troppo, quando invece è proprio la sorprendente seconda parte del romanzo a custodire, per me, il vero segreto di questo libro che, in ogni caso, sia che lo si ami che lo si odi, ha il pregio di far comunque riflettere e arrovellare il lettore. Molto, moltissimo…
E voi? Cosa ne pensate? Avete amato questo romanzo, e se sì, perché?
Grazie per il tempo che mi avete dedicato e a presto,
Greta