Storia di Piera

La mamma di una mia amica, che ha problemi di vista, legge ormai dal Tablet o dal Kindle e mi ha fatto dono di alcuni dei suoi vecchi libri cartacei. Un dono davvero enorme. Grazie a lei, sto scoprendo molti romanzi insoliti che altrimenti non avrei letto… e avrei perso delle vere e proprie chicche!


Uno di questi libri, sicuramente il più affascinante, strano e imprevedibile, si basa sulla biografia di Piera Degli Espositi documentata da Dacia Maraini.

Ad essere particolare è innanzitutto la modalità scelta per raccontare la Storia di Piera: un’intervista tra amiche. Due amiche diversissime e contemporaneamente unite da esperienze simili, un destino comune che le avvicina e le porta a specchiarsi l’una nell’altra e a riconoscersi, a confortarsi. Dacia racconta di aver lanciato l’idea a Piera, già attrice affermata, di trasformare la sua vita rocambolesca in uno spettacolo teatrale e, quindi, innanzitutto, in un copione. Piera ha accettato con entusiasmo e, alcuni mesi dopo, durante l’estate, ha preso una corriera e si è presentata nella piazzetta circolare di Sabaudia, dove la Maraini ha la casa al mare. 

Con molta naturalezza, si ferma da lei alcune settimane, e con la stessa semplicità trovano un ritmo sempre uguale e proficuo: la mattina Dacia scrive e Piera passeggia per la spiaggia sotto il sole cocente, con Pinolo, il bastardino di Dacia. Nel pomeriggio, un vecchio registratore davanti, le due amiche parlano a ruota libera o, meglio, per lo più Piera parla, confondendo piani temporali e persone, in una serie ininterrotta di “lampi di memoria”, sovrapponendo la sua figura a quella della madre Eugenia, originale e problematica – oggi verrebbe detta ciclotimica o addirittura bipolare, e probabilmente già allora. Una madre che va in un profondissimo triste letargo durante l’inverno per risvegliarsi solo in primavera e regalare, per venti giorni circa, una madre e moglie perfetta ai figli e al marito definito da Piera “grazioso, tranquillo, buono”. E poi, subito dopo, esplode l’altra faccia, di Eugenia, quella scatenata e irruenta, sempre alla ricerca di fidanzati, di amanti, che “pasticcia” con la figlia arrivando a scambiare gli uomini con lei, mentre la spinge verso esperienze torbide, o solo platonicamente amorose, a cui Piera sopravvive solo perché nascosta, impaurita dal sesso, reticente quanto incuriosita. O forse no: sono quelle esperienze precoci con uomini troppo grandi o violenti a sopravvivere dentro di lei e a segnare per sempre il suo rapporto con l’altro sesso e l’erotismo in genere. Ma Piera non se la prende con la madre, non le lancia mai accuse esplicite: sa che lei è quello che è, e non potrebbe essere altrimenti.

Il romanzo è dell’Ottanta, ma conserva una tranquilla sapienza e, contemporaneamente, una violenza esplicita, ai margini della volgarità, che lo rendono modernissimo e insieme senza tempo. Il linguaggio di Piera è feroce, strafottente, velocissimo e intricato, a tratti, per poi diventare all’improvviso poetico e perfino cauto, caldo, lento. È la doppia faccia della madre che vive in lei, e che sopravvive ad anni di analisi a cui si è sottoposta per cucirsi insieme un po’ come ha fatto per anni, durante l’adolescenza, quando le hanno insegnato il mestiere di sarta e se ne stava per ore seduta a fantasticare chiedendosi perché è nata donna, desiderando e insieme respingendo gli uomini e anche il corpo delle donne che ammira ma non riesce a possedere, così come nessun uomo riesce ad afferrare lei, ad averla davvero. L’analisi la aiuta a sopravvivere a se stessa e a una malattia infida che mina, a più riprese, i suoi polmoni e il suo carattere.

Ma la sua vera salvezza, il suo unico vero grande Amore, è il Teatro in cui si scopre e insieme si sente davvero protetta, realizzata, compresa. Un Grande Amore secondo forse solo a quello per i genitori che accudisce fino alla fine. Il padre Lorenzo, uomo bellissimo e ammirato che, dopo la sua morte, cercherà inutilmente in tutti gli uomini della sua vita, e la madre, anziana e spesso assente, sempre in fuga – come da giovane – con la sua bicicletta dalla struttura che la ospita, e ancora così follemente vitale, che le porta via forze e pezzi di tranquillità, ma le restituisce, con la sua energia dirompente e violenta, conservata negli anni, la voglia di lottare, l’esempio che ognuno è diverso e, forse, perfettissimo nella sua unicità. Al di là di quello che possono pensare gli altri e, perfino, i medici.

Questo romanzo mi ha lasciato una malinconia dolce-amara dentro, ma anche l’esempio potente e verace di una donna/bambina mai cresciuta che in mezzo a innumerevoli difficoltà ha saputo ricostruire se stessa e diventare Grande attrice e, a suo modo, Grande Donna.

Curiosità: da questo testo, già straordinariamente filmico di per sé, è stato tratto, nel 1983, uno spregiudicato film da Marco Ferreri, con Isabelle Huppert nel ruolo della protagonista; Marcello Mastroianni è Lorenzo, il padre di Piera, forse molto vicino a come l’avevamo pensato, e Hanna Schygulla interpreta la madre Eugenia, vincendo innumerevoli premi. Piera Degli Espositi Dacia Maraini si occupano  della stesura di soggetto e sceneggiatura di questo pluripremiato film, scegliendo così di renderlo aderente alla biografia da cui è tratto per toni, linguaggio diretto e qualità evanescente.

E voi? Avete mai letto il libro Storia di Piera o visto l’omonimo film?

Conoscevate già quest’attrice così istrionica?

A voi la parola. Intanto, un abbraccio forte dalla vostra Greta

Curiosità:

Piera Degli Espositi si è fatta conoscere ad un largo pubblico trasversale come madre eccentrica, ironica e irresistibile della protagonista nella fortunata e anticonvenzionale fiction TV Tutti pazzi per amore (durata tre stagioni dal 2008 al 2012).

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