La trilogia berlinese di Kerr

Dedicato a Giampaolo,

amico/fratello che ci ha lasciati troppo presto.

Ricordando la sua insaziabile curiosità e la sete di conoscenza,

in qualunque ambito,

ma soprattutto nella musica e nella lettura.

Che il nostro abbraccio ti raggiunga ovunque sei.

Con affetto,

Clara

Non conoscevo questi capolavori e, ammetto, non li avrei neanche letti, se non me li avesse regalati un caro amico insistendo perché dessi loro una possibilità. Questo caro amico è proprio Gianpaolo detto Giampy, amico, fratello e collega della mia sorella tarocca, (a parlare è Greta), che purtroppo ci ha lasciati pochi giorni fa. Il mio cuore è colmo di dolore ma anche di gratitudine ripensando alle nostre belle conversazioni, – sempre ricche e avvincenti, perché avevamo molte passioni in comune, – e ai tanti libri che mi ha donato e mi ha spinta a scoprire. Tra questi c’era, appunto, La trilogia berlinese di Kerr che mi spaventava un po’ per il connubio nazismo-thriller: temevo fosse troppo forte e indigesta. In realtà, la Trilogia berlinese è davvero forte, ma anche in modo positivo, e il personaggio di Bernie, il detective privato tedesco Bernard Gunther, davvero geniale.


Ma andiamo con ordine che, qui più che mai, ce n’è bisogno.

Philip Kerr (1956-2018) è stato uno scrittore scozzese molto prolifico. I suoi romanzi sono tutti thriller d’ambientazione storica, contemporanea o futuristica.

I romanzi con Bernard Gunther, detto Bernie, come protagonista, sono ben dodici. Violette di marzo (1989) è il primo in tutti i sensi: il primo della trilogia berlinese, il primo in cui compare il detective privato Bernie e, soprattutto, il primo romanzo in assoluto scritto da Kerr.


La trilogia berlinese ha molti pregi. I principali li riassumerei così:

  1. Suspence. Non c’è una pagina messa a caso. Tutto concorre a far stare il lettore “sulla corda”. Dopo che hai iniziato a leggere l’inizio del primo dei romanzi, non ti fermi finché non hai completato la trilogia intera (e poi vorresti che non fosse finita…)
  2. Commistione tra verità storica e finzione. Il periodo dell’ascesa del nazismo e la Seconda Guerra Mondiale sono tra i capitoli più controversi e indagati della storia. Kerr dà una sua lettura e un suo taglio preciso che guidano il lettore nel tentativo di capire meglio gli avvenimenti storici crudelmente inspiegabili di quegli anni.
  3. Precisione storica: la finzione del racconto delle vicende di Gunther è comunque inserita all’interno di fatti storicamente dimostrati e descritti con estrema precisione e grande curiosità.
  4. Personaggi ben delineati. Un gusto sottile e vivace nella caratterizzazione dei personaggi che li rende vivi e ben visualizzabili come in un film d’azione.
  5. Personaggi anche reali tratti dalla storia che aggiungono veridicità al racconto.
  6. Storie d’amore sullo sfondo per colorire il racconto e umanizzare i personaggi, specie il protagonista.
  7. Bernie è un eroe-antieroe. Il detective protagonista funziona molto bene proprio perché, nel suo rifiuto degli orrori nazisti, che comporta spesso anche grande coraggio e intelligenza, resta comunque un uomo comune, con le sue debolezze e i suoi dubbi umanissimi. È un personaggio positivo ma ricco di sfaccettature e di molteplici aspetti che lo rendono simpatico e, nonostante la sua straordinarietà, vicino anche a tutti noi. 
  8. “Kerr scrive col cuore, e senti che non lo fa per vendere ma per passione”, come sosteneva l’amico Giampy che mi ha passato i libri. E devo dire che sono davvero d’accordo con lui!
  9. Kerr è dotato di ironia corrosiva e di un grande humor che arriva a colorare, a sorpresa, le pagine più cupe.
  10. Kerr è “uno scrittore brillantemente innovativo”, per citare Salman Rushdie dalla quarta di copertina.

Vediamo ora come si compone esattamente la trilogia detta anche “Berlin noir”:

  1. Violette di marzo (1989): il brillante detective Bernard Gunther indaga sulla scomparsa della figlia di un potente industriale. Sullo sfondo, la Germania nazista alla vigilia delle Olimpiadi, pervasa dall’odio raziale, si prepara a scatenare la Seconda Guerra mondiale. Berlino vestita “a festa” è la vera protagonista del racconto, con tutte le sue atroci contraddizioni.
  2. Il criminale pallido (1990): Bernie Gunther è alle prese con un altro difficile caso nella Germania hitleriana del 1938: deve inseguire e assicurare alla giustizia un ipotetico serial-killer. A tal scopo, viene reintegrato nella Kriminal Polizei, col grado di commissario. Presto scoprirà, però, con orrore, che si tratta di un complotto, in cui è coinvolto anche Himmler, per scatenare l’odio delle folle contro la comunità ebraica. Odio che sfocerà nella terribile “notte dei cristalli” (novembre) e per dare poi inizio più esplicitamente alla feroce persecuzione anti-ebraica. Gunther si trova dunque nella difficile situazione di difendere la verità e la giustizia a qualunque costo.
  3. Un requiem tedesco (1991): terminata la guerra, lo scenario si apre su una Berlino devastata e contesa tra gli Alleati. “Per coloro che avevano creduto nella Patria, non era stata la sconfitta a svelare l’errore insito in quella visione arcaica della società, ma la ricostruzione. E attraverso l’immagine di Berlino, portata alla rovina dalla vanità dell’uomo, si sarebbe dovuto imparare la lezione che, quando si è persa una guerra, quando i soldati sono morti e le mura crollate, una città si fonda sulle donne”. Sposato, ma non proprio felicemente, Bernie accetta un incarico che lo porta a Vienna e in contatto con molteplici organizzazioni russe, americane e perfino di ex nazisti che si fingono morti per cambiare identità e continuare a ordire le loro trame malefiche nell’ombra. Tra spie e tradimenti, che si incrociano e interagiscono in tutte le fazioni, Bernie finisce per essere catturato dagli ex “colleghi” tedeschi e riesce a salvarsi in extremis e quasi in fin di vita. Gunther non risparmia certo il suo giudizio negativo sui Russi, dei quali è stato prigioniero in un terribile campo di concentramento, fornendo testimonianze dirette della loro efferata ferocia o, in traluni casi, della loro connivenza con gli ex ufficiali nazisti. “Ci sono tante bande che rapiscono la gente per conto dei rossi, a Vienna. Acchiappano chiunque i rossi sospettino possano spiare per gli americani, ed in cambio ottengono concessioni per il mercato nero fuori dal settore russo, che li pongono, a tutti gli effetti, al di sopra della legge. Hanno rapito una donna dalla sua casa portandola via dentro un tappeto arrotolato…”Neppure gli Americani escono come eroi dai suoi racconti. La guerra è guerra, ed è disumana in tutte le sue manifestazioni, qualunque sia il punto di vista. Nonostante ciò, Kerr alias Bernie non si esime certo dal condannare l’atrocità e la folle, disumana e ferrea organizzazione tedesca per annientare la razza ebraica. “…tutto ciò che rimaneva da fare era pregare per i morti, per coloro che si erano comportati male e per l’intera, terribile ed imbarazzante epoca storica… Qualcuno veniva sconcertato dal modo in cui la spazzatura morale veniva nascosta sotto il tappeto…. Mi trovai a realizzare la natura della mia colpa individuale, forse non troppo dissimile da quella di tanti altri, che consisteva nel non aver detto niente, nel non aver sollevato una mano contro il nazismo. E capii anche di avere un senso personale di rancore verso Heinrich Müller perché, in quanto capo della Gestapo, aveva, più di ogni altro, contribuito a far raggiungere un alto grado di corruzione a quella forza di polizia della quale un tempo ero così orgoglioso di far parte. E da questo era fiorito il terrore universale. ”Pur di non essere coinvolto nell’olocausto, Gunther ha escogitato qualunque soluzione e si è fatto mandare al fronte, sfidando i generali nazisti e andando incontro ad una morte quasi certa. Spesso Bernie si esprime a tinte forti ed esplicite contro le ideologie del nazismo, ma è proprio nelle ultime pagine della trilogia che troviamo le frasi più chiare e toccanti, che esprimono al meglio l’aspetto più profondamente umano dell’investigatore. Lascio alla magica penna di Kerr le ultime parole, non senza una grande commozione nel rileggere queste righe anche per tutto quello che non dicono ma che arriva lo stesso come un grido fortissimo di disperazione e di rabbia: “perché?…”

“…malgrado ridessero e scherzassero con me, mi sembrava tuttavia che ci fosse qualcosa di strano nei loro occhi… E poi, pochi giorni prima che fossi dimesso, fui colpito da una dolorosa rivelazione: essendo io un tedesco, quegli americani non erano in grado di stabilire con me un rapporto senza ombre; era come se, quando mi guardavano, scorresse loro in testa un documentario su Belsen o su Buchenwald. E quella che stava nei loro occhi era una domanda: «Come avete potuto permettere che sia accaduto?»… Forse per diverse generazioni, quando gli uomini di altre nazioni ci guarderanno negli occhi, sarà sempre con questa domanda impressa nel cuore.

Un abbraccio,

E grazie ancora Gianpaolo,

Greta

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