Roma città aperta

Questa sera, TV2000, alle 21:10, ripropone il capolavoro di Roberto Rossellini Roma città aperta. Di seguito, troverete due articoli che ho dedicato a questo film e ai suoi attori. Buona lettura, Greta.

Cari amici, non è un caso, naturalmente, se stasera la programmazione prevede Roma città aperta, il film caposaldo del Neorealismo di Roberto Rossellini. Rivederlo sarà un bel modo di celebrare il 25 aprile e la Festa della Liberazione italiana dal giogo nazista. A dire il vero, però, ogni volta che la TV ha riproposto questo film, non ho potuto fare a meno di restare incollata al televisore, incantata dal fascino asciutto che emana. È così che, l’ultima volta, subito dopo la visione, presa la penna in mano, ho dato sfogo alle emozioni che mi ha suscitato, così, a tarda notte, preda di quel bisogno urgente di comunicazione che fa passare il sonno e mangia il tempo.

La stessa notte, poi, sono andata in cerca della biografia di Anna Magnani, che fatalità avevo letto con gusto di recente, per riassaporare il capitolo che tratta proprio di questo film. E ho fatto bene, perché ho ritrovato alcune curiosità e molte “chicche” circa la nascita e la lavorazione di Roma città aperta. Premesso ciò, metto ordine tra i miei appunti cartacei e su file e stendo l’articolo ricominciando da capo, cercando di non farmi travolgere dalla grandiosità di questo film, dalle emozioni e da tutto – anche troppo – quello che di questa pellicola è già stato detto… Quello che ne viene fuori è quanto segue, dove, per una volta, cerco di essere il più possibile schematica.

È un film duro, crudo e mai auto-compiaciuto. Duro nelle scene di tortura come nella descrizione della difficile, atroce condizione di un popolo oppresso dai nazisti in lotta per la libertà e la giustizia. I personaggi e i fatti però, pur essendo legati al tragico periodo dell’occupazione, non sono reali, anche se potrebbero esserlo per come sono resi, per l’impegno diffuso nel rendere credibile ogni fotogramma, ogni prova d’attore – spesso preso dalla strada – ogni evento, anche il più insignificante. Una parte degli storici ha criticato la rappresentazione della Resistenza romana offerta dal film di Rossellini ritenendo che abbia trasformato la lotta di una ristretta minoranza di resistenti in un’inverosimile lotta dell’intera cittadinanza, così da «consegnare alla memoria collettiva non la Roma spaventata e tutta chiusa nei problemi della sopravvivenza che fu nella realtà, ma una Roma tragica ed eroica». Secondo Aurelio Lepre, la celebrazione di un’epopea resistenziale in Roma città aperta contribuì alla rimozione delle responsabilità del popolo italiano per aver sostenuto il regime fascista e aver combattuto al fianco dei tedeschi fino al 1943; rimozione che comprendeva il passato degli stessi Rossellini e Fabrizi.

Concordo invece con chi sostiene, però, che questo film concorre a restituire una prospettiva di respiro dopo le atrocità della guerra e, attraverso la commistione di scene drammatiche, grottesche e perfino buffe, talvolta comunica un ritrovato senso della vita e dell’essere umano scevro da qualunque posizione netta ideologica ma non dalla voglia di restituire dignità a un paese in ginocchio. “Avete ucciso il suo cuore ma non la sua anima.” Dirà don Pietro – uno straordinario Aldo Fabrizi – al termine della tortura che ha portato ad una morte atroce l’amico. La dignità e il coraggio dunque, sopra ad ogni cosa e senza falsa retorica. La storia così com’è o almeno come vorremmo fosse stata. La storia sicuramente di un pezzo d’Italia che non si è piegata, coraggiosamente portata in scena da Rossellini già nel 1945 e per questo a lungo censurata.

È un film difficile e non ammiccante, che lascia spazio alle emozioni più profonde, quelle che stentano perfino a venire a galla e trasformarsi in lacrime.

“Dio perdona loro” dirà il parroco coraggioso mentre i Tedeschi lo fucilano e i bambini, che impotenti assistono, fanno sentire la loro voce innocente senza paura, per poi avviarsi verso la città e continuare la loro lotta con fiducia e coraggio.  Un messaggio di speranza, dunque, in definitiva e nonostante tutto. Un messaggio di fede, forse, perfino. Fede in un futuro migliore che aspetta questa Italia straziata e affamata.

Quello che resta è che ci sono stati uomini disposti a tutto per la libertà e che solo pochi decenni fa hanno lottato per riconsegnare una patria agli Italiani e la possibilità per tutti noi di uscire di casa senza il terrore di essere perseguitati, inseguiti, torturati, uccisi. Uomini che hanno creduto fermamente anche nella fine della guerra, nella pace, e che in molti poi non c’erano più per festeggiare la libertà riconquistata. Uomini uccisi “solo nel corpo”, per dirla con Don Pietro, ma che continueranno a vivere per sempre nei nostri ricordi, nella nostra storia, nella nostra Italia, la patria che hanno lottato così tanto per restituire agli Italiani e alla libertà. 

Curiosità:

  1. È il primo film della Trilogia della guerra antifascista diretto da Rossellini. Seguiranno Paisà (1946) e Germania anno zero (1948).
  2. Venne presentato in concorso al Festival di Cannes 1946, dove ottenne il Grand Prix come Miglior film. Ricevette una candidatura al Premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale e vinse due Nastri d’Argento, per la miglior regia e la migliore attrice non protagonista (Anna Magnani).
  3. È stato inserito nella lista dei “100 film italiani da salvare, che è nata per segnalare le “100 pellicole che hanno cambiato la memoria collettiva del Paese tra il 1942 e il 1978”.

Anna Magnani in Roma città aperta – nascita di un capolavoro

Tra i vari libri che mi ha lasciato mia suocera, mamma R., c’erano anche quelli appartenuti alla sua mamma, la famosa (per noi) nonna Margherita. Mio marito la ricorda sempre con un libro in mano, la sigaretta in bocca, l’espressione beata e dolce di chi ha conquistato la serenità. Molti dei libri che erano suoi li ho amati anch’io, divorati voracemente. Tra questi anche Nannarella, Il romanzo di Anna Magnani di Giancarlo Governi, (I edizione Bompiani novembre 1981), da cui ho tratto preziosi spunti per fare questo articolo particolare denso di perle di ricordi e curiosità.

Alla fine della guerra, Roberto Rossellini, il futuro Grande Amore della Magnani, è già un regista abbastanza affermato ma praticamente alla fame. “Play-boy – al tempo – “bellissimo, magrissimo, brillantissimo”, si decide a sposare prima un’attrice, ma il matrimonio dura solo 48 ore, poi Marcella De Marchis, una ragazza di buona famiglia che non ha niente a che fare col cinema.

Sergio Amidei, lo sceneggiatore di Roma città aperta, è in cerca di denaro e lavoro nel campo del cinema, mentre Federico Fellini è diventato addirittura un disegnatore – caricaturista, pur aspirando a fare lo sceneggiatore.
Un bel giorno, come nelle favole, una ricca contessa tuttora anonima, decide di far girare un lungometraggio – documentario sulla storia vera di Don Morosini fucilato dai nazisti, e si rivolge proprio a Rossellini e Amidei. I due però non si accontentano e sognano un film più in grande: si mettono perciò a girare Roma in cerca di altri fondi e soggetti.

Rossellini decide di inserire nel copione anche la Resistenza messa in atto da un gruppo di ragazzini romani. Il fatto che però viene a completare il film e a renderlo “grande” è un episodio legato a una donna romana uccisa dai tedeschi, che Amidei ricorda di aver letto nell’Unità clandestina.

I tre “episodi” vengono perciò intrecciati insieme e inseriti nella dimensione corale di un intero quartiere romano. Racimolati i soldi necessari, almeno a iniziare le riprese, rivolgendosi a speculatori, commercianti e perfino a un pastore di pecore, i tre amici, Rossellini, Amidei e Fellini, decidono di rivolgersi, per i ruoli principali, ai due attori romani più popolari del momento: Anna Magnani e Aldo Fabrizi. La coppia artistica ha già al suo attivo due film romani di successo e una vasta esperienza nella rivista di avanspettacolo, che al tempo andava per la maggiore.

Nato il copione quasi casualmente nella cucina mal riscaldata di uno dei tre, riescono a convincere Aldo Fabrizi, già abituato a guadagnare tantissimo, a partecipare alle riprese per la cifra “sempre esagerata”, ma comunque accettabile, di un milione, grazie anche alla sua amicizia con Fellini.

Il problema sorge quando Anna Magnani pretende allora la stessa cifra che hanno pattuito con Fabrizi. Per un po’, Rossellini e company pensano di rivolgersi ad altre attrici, ma poi tornano alla Magnani che, nel frattempo, si è pentita di aver fatto la preziosa perché ha già capito che quello può essere il “Suo Film”, quello che lei stessa definirà “il film più importante della mia carriera”. Da anni, infatti, Anna aspetta che si faccia un film su una donna qualunque, che non sia bella, non sia giovane, e appena letto il copione di Roma città aperta si rende conto di trovarsi in presenza del film che aveva da sempre cercato per valorizzare le sue doti anche drammatiche e farsi prendere sul serio da un pubblico più vasto e internazionale. E poi, Anna ha vissuto la guerra in prima persona, ha aiutato e nascosto amici anti-fascisti, come Luchino Visconti, e sfidato il regime nelle sue riviste sbeffeggianti, insieme al grande Totò.

La guerra è appena terminata, c’è ancora il coprifuoco e la lavorazione del film procede tra mille complicazioni: è difficile reperire il cibo come la pellicola, le scene si possono girare una volta sola e ogni tanto le riprese si fermano del tutto per dare la possibilità a Rossellini di reperire altri fondi.

Un giorno Massimo Serato, allora ancora giovane fidanzato della Magnani, viene a trovarla sul set e scoppia una delle loro solite furiose liti. Serato scappa di corsa saltando sulla camionetta della produzione e Anna gli corre appresso urlando i peggiori insulti. Così, casualmente, nasce una delle scene più famose del film – esattamente come casualmente nascono altre tra le migliori. Ci riferiamo alla scena in cui Anna Magnani interpreta una donna del popolo che rincorre disperata la camionetta dei Tedeschi che portano via suo marito, e finisce per essere uccisa, crivellata dai colpi dei fucili nazisti. Come sempre, Rossellini prepara la scena con perizia di particolari, scegliendo vera gente del popolo per assistere all’eccidio e veri Tedeschi presi dai campi di concentramento per impersonare i nazisti. La scena appare così realistica, che Anna si immedesima fino in fondo, si getta per terra disperata e si ferisce. Soffre davvero, come se le avessero strappato il marito, rivive la guerra. E come sempre, è buona la prima.
Con Roma città aperta inizia una nuova stagione del cinema italiano, così come con la Resistenza e la Liberazione inizia una nuova stagione sociale per il paese e per Anna Magnani una nuova carriera dove non è solo vista come maschera-comica.

Inizia anche il grande e tormentato amore tra l’attrice e il regista che li porterà all’apice della fama ma anche a tante sofferte liti e ad un altrettanto sofferta rottura. Quello che resta è un film che è un capolavoro e un’attrice, la Magnani, che ha scoperto se stessa grazie allo sguardo lungimirante di un artista, un uomo, un regista ineguagliabile e ineguagliato.

A voi i commenti…

Un abbraccio, Greta

2 pensieri riguardo “Roma città aperta

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