La vita bugiarda degli adulti

Ieri, mercoledì 4 gennaio finalmente l’attesa è finita: ha debuttato su Netflix la serie TV omonima tratta dal romanzo del 2019 La vita bugiarda degli adulti, scritto da Elena Ferrante, già nota per la tetralogia best-seller in venticinque paesi: L’amica geniale.

È davvero una gioia poter rientrare nel mondo speciale di questa straordinaria, enigmatica scrittrice, anche attraverso il mezzo cinematografico o televisivo che sia.

La regia della nuova fiction, ambientata nella Napoli degli anni Novanta, è affidata a Edoardo De Angelis. Giovanna, la protagonista adolescente, è interpretata da Giordana Marengo mentre la “famosa zia Vittoria” da Veleria Golino.

Ho intenzione di consegnarvi a breve le reazioni a caldo alla visione di questa nuova serie, e con l’occasione vi dirò la mia circa gli attori prescelti per interpretare i personaggi.

Intanto, vi lascio alla recensione scritta anni fa, in occasione dell’uscita del romanzo. Buona lettura!

Ecco, non ho dubbi. Se rinasco voglio essere Elena Ferrante chiunque lei o lui sia. Come fa? Come fa a non sbagliare mai un colpo? A scrivere un libro più bello dell’altro? A stare sempre sul pezzo e allo stesso tempo mantenere una naturalezza assoluta e tenera come se quello che scrive, anche quando duro e sboccato, le sgorgasse diretto dal cuore alla penna senza nessuna fatica e, insieme, con un’eleganza estrema che ti viene da inchinarti e abbassare la voce quando ti riferisci a lei/lui, ogni volta?

La vita bugiarda degli adulti, l’ultima sua fatica, è stata pubblicata dalle solite edizioni e/o che hanno avuto la grande fortuna di credere in Elena Ferrante fin dall’inizio.

Il nuovo personaggio attorno a cui gira la storia è Giovanna, una ragazzina di 13 anni con un carattere articolato, e non risulta immediatamente simpatica o accattivante, come spesso accade alle protagoniste a cui sceglie di dar vita la Ferrante.

Il libro è uscito il 7 novembre del 2019, e mi è stato subito regalato, in occasione del mio compleanno, da una delle mie più care amiche che, evidentemente, mi conosce bene. L’ho divorato in poco tempo rubando ore al sonno, senza riuscire a staccarmi da una lettura densa, non facile ma allo stesso tempo trascinante. Tutt’altro discorso va fatto per la recensione che, dopo aver buttato giù pagine di appunti sensazioni immagini sentimenti, mi sono ritrovata a sentirmi inadeguata di fronte a un libro così complesso e allo stesso tempo viscerale, tanto da procrastinare continuamente la stesura dell’articolo che avevo pensato dovesse essere una recensione immediata e consegnata presto ai nostri lettori del blog entro la fine di novembre.

Ma tant’è. Il primo ostacolo mi si è presentato subito. Perché non volevo iniziare in modo scontato. L’incipit del romanzo è curioso e accattivante, per cui è circolato in rete ben prima dell’uscita del romanzo e lo sapevo già quasi a memoria. C’è da dire che la Ferrante spesso ama scioccare il lettore, catturarlo da subito con un incipit indimenticabile. Perciò, dopo attenta riflessione, e aver cambiato idea varie volte, mi ritrovo comunque a dover partire da lì, da quell’incipit che racchiude già in sé tutto il senso del romanzo, il travaglio che si nasconde dentro Giovanna, il suo stile graffiante, in prima persona, che la rende protagonista assoluta dei sentimenti disvelati poco a poco lungo il percorso del libro:

Due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta. La frase fu pronunciata sottovoce, nell’appartamento che, appena sposati, i miei genitori avevano acquistato al Rione Alto, in cima a San Giacomo dei Capri. Tutto – gli spazi di Napoli, la luce blu di un febbraio gelido, quelle parole – è rimasto fermo. Io invece sono scivolata via e continuo a scivolare anche adesso, dentro queste righe che vogliono darmi una storia mentre in effetti non sono niente, niente di mio, niente che sia davvero cominciato o sia davvero arrivato a compimento: solo un garbuglio che nessuno, nemmeno chi in questo momento sta scrivendo, sa se contiene il filo giusto di un racconto o è soltanto un dolore arruffato, senza redenzione.

Un “dolore arruffato”! Che splendida, magnifica immagine per esprimere quello che Giovanna ha dentro e che si dipana lentamente lungo il corso del racconto, con grande fatica perché, per l’appunto arruffato, ingarbugliato, difficile da sciogliere.

I genitori sono due insegnanti ricchi, colti e intellettual di sinistra – politicamente impegnati – sempre dediti allo studio in ogni momento libero, ma totalmente freddi e anaffettivi, che vivono con grande disappunto, – anche se la rigida educazione non permette loro di esternarlo in modo spontaneo alla figlia – la notizia che Giovanna non va più tanto bene a scuola. La madre cerca debolmente di giustificarla imputando quel cambiamento scolastico ed estetico all’adolescenza, ma il padre sbotta: “L’adolescenza non c’entra: sta facendo la faccia di Vittoria”. E arriviamo subito al punto. A Vittoria. Quella zia e sorella pecora nera della famiglia che il padre, come la madre, non ha più voluto frequentare. Giovanna ribadisce più volte che, vista l’educata pacatezza dei genitori, non si sarebbero mai sognati di dire quelle frasi se avessero saputo che lei stava origliando. Ma il punto è un altro: lei ha sentito e ora non può più tornare indietro.

La zia Vittoria diventa un’ossessione: vuole conoscerla, paragonarsi a lei, capire cosa ci sia di tanto tremendo nel suo aspetto. Vuole scoprire se il padre si riferiva a una bruttezza interiore piuttosto che esteriore, deve assolutamente cercare almeno una foto della zia. 

Anche Giovanna, come le protagoniste di altri libri della Ferrante, ha un rapporto profondo con due amiche: Angela e Ida, figlie di una coppia di amici dei genitori molto simili a loro. Ma per quanto importante, e per certi versi centrale sia il rapporto fatto di amicizia profonda con Ida e Angela, così come il rapporto tra le due coppie di adulti – I rispettivi genitori –  che servirà a scardinare e svelare le ipocrisie e le incongruenze della vita Alto Borghese, ad essere centrale nel romanzo sarà sempre il rapporto controverso tra zia e nipote. Un rapporto talmente intenso e pieno di sfaccettature che arriva a spazzare via il senso di tutti gli altri, poco alla volta. O quantomeno Vittoria, col suo carattere forte, impulsivo e trasgressivo, cerca di portare la nipote dalla sua parte completamente e di allontanarla dalla famiglia che tanto l’ha ferita. Per vendetta, ma anche per amore. Un amore grande e violento che sviluppa per Giovanna.

Facendo dunque un passo indietro, dopo aver sentito parlare i suoi genitori, Giovanna sarà talmente ossessionata dalla zia che non si darà pace finché non riuscirà a conoscerla. Inizialmente cerca di mantenersi in una posizione neutrale, tra il padre e Vittoria, ma la zia non si accontenterà di questo, la trasformerà anzi, poco a poco e suo malgrado, nella sua piccola spia.

Giovanna farà di tutto per non farsi coinvolgere troppo dalla situazione, ma il fascino prepotente e animalesco esercitato da Vittoria la travolge e la conquista sempre di più, nonostante un’altra parte di lei provi perfino una certa repulsione. 

E così, mentre poco a poco Giovanna perde l’innocenza, apre gli occhi sull’ipocrisia e la scarsa realtà del mondo in cui è vissuta fino a quel momento. Prende coscienza, talvolta anche in modo duro e doloroso, di una Napoli diversa, di un mondo diverso, di un modo di vivere diverso in cui le persone possono anche non essere tutte bianche o nere e possono avere un valore altro da quello a cui l’hanno inchiodata i genitori che scopre non solo non essere perfetti ma anche che sono stati bugiardi per anni, nascondendole la verità sotto una patina di manzogne ben costruite. 

La ragazza apprende così che la verità che ha voluto a tutti i costi ha un prezzo anche molto elevato, e che anche Vittoria nasconde chiaro-scuri e una vita parallela che inizialmente sconvolge Giovanna. Vittoria ha infatti una seconda famiglia, corredata da figli e strani intrecci di sentimenti, una famiglia che ama e protegge a tutti i costi, lasciatale in eredità da quello che è stato il suo amante per anni. Per la prima volta, l’adolescente entra in contatto col racconto di una passione travolgente e senza logica, che nemmeno pensava potesse esistere. Eppure, nonostante tutto, Vittoria ne va fiera e, quella passione che per certi versi l’ha distrutta, è il suo grande tesoro nascosto. 

Non voglio andare oltre perché penso che la storia meriti di essere assaporata pagina dopo pagina, riga dopo riga. In questo romanzo nessuna parola è usata a caso, nessun personaggio manca di definizione, e la città, Napoli, come sempre è protagonista, anche se qui siamo lontani dal rione chiuso e popolare di Lila ed Elena per comprendere, ancora meglio, le differenze tra la Napoli “bene” e quella dei bassifondi e le incongruenze di chi si crede perfetto e di chi perfetto non è ma può avere molto da dare, soprattutto ad una ragazza, in ultima analisi solo e soprattutto assetata di affetto, come Giovanna.

E voi? Avete letto questo ultimo romanzo denso e ricco della Ferrante?…Fatemi sapere cosa ne pensate. 

Vi aspetto, Greta

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